Protesi su Conometria

Concetti introduttivi con la collaborazione del Dr. Massimo Corigliano

Da più di dieci anni, si progettano protesi conometriche in arcate dove essendo rimasti pochi pilastri naturali e mucosa sarebbe rischioso progettare una protesi fissa o combinata. Questa scelta tecnica permette una sufficiente stabilità, senza però stressare gli elementi pilastro che fungono solo da sostegno parziale poichè l’altra parte di appoggio sarà mucoso. Questa forse è la motivazione più importante per l’uso della conometia. Gli altri vantaggi evidenti sono, ad esempio, la economicità di realizzazione e di esercizio, la riutiizzabiltà in caso di modifiche strutturali, la rimovibilità e quindi il mantenimento dell’igiene, il mantenimento dell’ottima stabilità tra le primarie e le secondarie che non tende a diminuire perché viene mantenuta per adesione, coesione e depressione grazie al film di acqua o di saliva che si interpone tra le due componenti. Questo, ad esempio, non si mantiene nelle corone telescopiche che inzialmente tengono benissimo ma con il tempo e l’usura perdono ancoraggio in maniera irrecuperabile e necessitano di un sistema secondario meccanico attivabile. Biomeccanicamente, la differenza strutturale tra un ancoraggio primario ( attacchi rigidi, fresaggi a pareti parallele, telescopiche, saldature) ed uno secondario ( conometria) ad appoggio misto ( dente, impianto, mucosa), è nella capacità da parte delle componenti accoppiate conometricamente di separarsi durante la fase di ritorno resiliente. Questo parametro è fondamentale perché le tre strutture resistenti ( parodonto, osso, mucosa) offrono una possibilità di affondamento differenziato a seconda del tipo:
- parodonto sano circa 25 millesimi di millimetro
- osso perimplantare circa 4 - 6 millesimi di millimetro
- fibromucosa circa 500 millesimi di millimetro
Questa differenza di affondamento, nel caso della ritenzione telescopica causa, in una sella libera, l’affondamento resiliente nella fibromucosa e la trazione verso distale gli ancoraggi, creando uno stress dinamico che si aggrava al cessare dello stimolo per l’effetto elastico della gengiva stessa, provocando un doppio movimento all’asse dei pilastri: uno per compressione e l’altro di trazione. Questo, con il tempo, destabilizza il sistema di ritenzione primario ( parodonto o osso) lussando la radice. Nell’ancoraggio conometrico questo fenomeno non si verifica perché il bloccaggio secondario a 6° nel caso del ritorno resiliente è nullo, per adattamento funzionale, oppure, se eccessivo, tende a sganciarsi durante la fase di ritorno elastico per ricomporsi alla fine della solleciatazione non traumatizzando i pilastri. L’altro grande vantaggio che possiamo individuare con la protesi a ritenzione conometrica è la caratteristica di essere modulare ossia: in caso di perdita di un pilastro o al contrario, se si vuole aggiungere un pilastro, basta adattarlo ed aggiungerlo alla struttura precedente. Questa sua peculiarità esclusiva, permette alla protesi conometrica di essere vista come una terapia estremamente economica e duratura.